Prima lo provi, poi capisci cosa farne.

Due giorni fa una collega mi raccontava di avere partecipato il giorno prima ad un webinar di 4 ore che prometteva di far vedere uno strumento comune da un altro punto di vista.
“Oh figo! Cosa ha fatto?” le chiedo io, e lei mi risponde: “Per quattro ore prendeva partecipanti a caso, dieci minuti di domande e gli dava l’esercizio da fare mentre lui passava al successivo partecipante! E sai in cosa consisteva l’esercizio? NELLA RUOTA DELLA VITA!! CAPISCI? LA RUOTA DELLA VITA!! Cambiava solamente l’ oggetto di alcuni spicchi e alcuni la avevano da 5 altri da 8 altri da 13 spicchi! Dopo tre ore, chi aveva fatto con lui l’esercizio, ha condiviso in cam la sua ruota e le risposte successive. E a quel punto lui chiede a tutti.. cosa notate? Cosa ho fato? Non ce l’ho fatta più, ho sbottato! Ho scritto in chat “UN GRAN CASINO HAI FATTO” e sono uscita!”
Le ho chiesto perché era uscita e lei mi ha risposto che sono bravi tutti ad inventarsi due spicchi a caso per sembrare bravi e fighi! Ma la ruota della vita quella è e quella rimane!

Ecco..se anche tu la pensi così, per favore non iscriverti al mio laboratorio! Oppure si, ma solo se la tua intenzione è partecipare con la mente aperta.

Ci sono strumenti di coaching che, quando li leggi o li studi, sembrano perfetti.
La domanda è giusta, la sequenza torna, il razionale fila. Poi arriva il coachee e quella stessa domanda non funziona. Non apre niente, oppure apre tutt’altro, o ancora funziona bene ma non per il motivo che avevi immaginato.
Ed è lì che, secondo me, comincia la parte davvero interessante del lavoro.
Perché il punto non è avere tanti strumenti. Il punto è conoscerli abbastanza bene da capire quando possono essere utili, cosa osservare mentre li usi e come adattarli alla persona che hai davanti.
Uno stesso esercizio può funzionare in modo completamente diverso con due coachee che, sulla carta, portano lo stesso tema e, magari, anche qualche sfumatura apparentemente identica.
“Non so cosa scegliere”, per esempio.
Sembra un problema abbastanza definito, no?
E invece può voler dire cose molto diverse.
Una persona può essere davvero divisa tra due alternative valide. Un’altra può avere già scelto, ma non riuscire ad accettare il costo della scelta. Un’altra ancora può sentirsi obbligata verso una delle due opzioni. E per qualcun altro la non-decisione può avere una o più funzioni precise: proteggere da un conflitto, evitare una perdita, prendere tempo, rimandare una responsabilità, mantenere aperte più possibilità.
A quel punto lo stesso strumento non restituirà lo stesso effetto e, magari, non potrà essere usato nello stesso modo.
Il coach deve capire dove sta andando il coachee, cosa sta emergendo e quale parte dello strumento ha senso usare.
È qui che uno strumento smette di essere una scheda e comincia a diventare davvero un attrezzo di lavoro.

La questione dei macrotemi

Nel coaching abbiamo tantissimi strumenti per i grandi temi.
Decisioni. Obiettivi. Confini. Cambiamento. Emozioni. Procrastinazione.
Fin qui tutto bene. ma più ci avviciniamo alla situazione reale della persona, più quei grandi contenitori diventano larghi.
“Decisione” è un macrotema.
Ma non sapere cosa scegliere perché due opzioni sono entrambe desiderabili non è la stessa cosa che non scegliere perché una delle due è “quella giusta” secondo qualcun altro.
E questo vale anche per “confini”, così come per “cambiamento” o ancora “mancanza di azione”, per citarne alcuni.
E allora più ci avviciniamo alle sfumature, più avere più strumenti sullo stesso argomento intermedio può diventare utile.
Non per collezionarli, ma per avere più possibilità di lettura.
Uno strumento può aiutarti a esplorare il criterio. Un altro il costo. Un altro ancora la distanza tra intenzione e azione. Magari il tema generale è lo stesso, ma il punto di lavoro no.
Ed è lì che la cassetta degli attrezzi comincia ad avere davvero senso. Dove gli strumenti diventano attrezzi di scavo, per scendere al nocciolo della questione e, soprattutto quando questi (gli strumenti) sappiamo usarli, gestirli, modellarli rispetto alla situazione ed alla persona che abbiamo davanti.

Prima lo vivi, poi lo guardi da coach

Dentro Ferra-Menti lo strumento viene prima vissuto in prima persona.
Perché fare un esercizio cambia il modo in cui lo leggi.
Quando sei tu a rispondere, ti accorgi di dove per te in quel preciso momento una domanda è troppo larga, di dove ti viene spontaneo saltare un passaggio, di dove una parola ti porta da una parte invece che da un’altra.
Poi torni al tuo ruolo professionale e guardi quello che è successo.
Cosa ha aperto?
Dove hai sentito resistenza?
Cosa ti ha aiutato?
Cosa avrebbe avuto bisogno di essere formulato diversamente?
E, soprattutto, se davanti a me ci fosse un altro coachee, cosa cambierei? Come? Quando?
Questa è la parte che mi interessa.
Perché conoscere uno strumento significa anche imparare a riconoscere quali segnali ti dicono che va adattato prima ancora di usarlo fino in fondo.

Ma allora perché un laboratorio e non delle mentoring one to one?

Tante volte mi sono ritrovata nella situazione di supportare colleghi che mi chiedevano consiglio su come aiutare un coachee spiegandomi quali esercizi o strumenti avevano utilizzato, come e chiedendomi infine cosa avrebbero potuto provare. Quindi si, perché non proporre “ufficialmente” delle mentoring laboratoriali?
Perché la forza e l’acceleratore del laboratorio è il gruppo stesso.
In gruppo le differenze, le sfumature, i diversi modi di ragionare, di osservare e di intuire lavorano all’unisono per la crescita di tutti i partecipanti.
Lo stesso esercizio viene attraversato da più persone e restituisce materiali diversi.
Uno nota un ostacolo che un altro non aveva visto.
Un altro ancora interpreta una domanda in un modo completamente differente.
Qualcuno si ferma dove un altro passa velocemente.
E questo fa parte del laboratorio!
Non perché “ci si confronta”..che detta così non vuol dire niente, ma perché i punti di osservazione si moltiplicano.
Un coach, da solo, può capire come uno strumento funziona su di sé.
In gruppo può vedere come quello stesso strumento cambia forma davanti a persone diverse.
E questo, professionalmente, vale moltissimo.
Perché allena a non innamorarsi dello strumento, ma a leggere la persona.

Le “Pillole” di Ferra-Menti

È la versione essenziale del laboratorio: un incontro, una situazione, un attrezzo.
Novanta minuti circa per viverlo, osservarlo e iniziare a capire come portarlo nel lavoro.
Queste sono le Pillole di Ferra-Menti.
Sono una parte di un laboratorio più ampio, che arriverà dopo e nel quale gli strumenti ed il lavoro su e con essi non sarà soltanto approfondito, ma sviscerato: varianti, casi diversi, adattamenti, più strumenti sullo stesso tema, criteri di scelta, limiti di utilizzo e molto altro.
Le Pillole fanno una cosa più precisa, aprono la cassetta mettono un attrezzo sul banco e cominciano a farci lavorare davvero.
La cassetta non deve essere piena. Deve essere utile.
Alla fine, avere cento strumenti non serve a molto se poi davanti a una situazione reale non sai quale prendere o, peggio, usi sempre gli stessi e allo stesso modo.
Una chiave inglese può stringere, ma anche allentare.
Una livella può indicarti una linea, ma anche mostrarti dove sei fuori asse.
Un calibro può misurare una distanza, ma anche aiutarti a confrontare due elementi con lo stesso criterio.
Una lente può ingrandire un dettaglio, ma anche farti accorgere di qualcosa che a occhio nudo avevi trascurato.
Un microscopio può portarti sotto la superficie, ma anche mostrarti che ciò che sembrava un unico corpo è fatto di elementi diversi. Una leva può aiutarti a muovere qualcosa di pesante, ma anche a capire dove conviene fare pressione per ottenere movimento.

Potrei andare avanti all’infinito ma insomma, credo sia chiaro da dove deriva il nome del laboratorio.
Gli strumenti servono! Ma serve ancora di più sapere cosa stai guardando, cosa vuoi ottenere e quanto devi adattare l’attrezzo alla situazione che hai davanti.
È lì che una cassetta degli attrezzi smette di essere una raccolta e comincia a diventare tua.